venerdì 21 agosto 2009

A Lampedusa abbiamo scordato cos'è un uomo e quanto infinitamente vale.

E' un giovane eritreo, sopravvissuto alla tragedia di Lampedusa, che ha deciso di raccontare ad un operatore di Save The Children, la storia della traversata del Mediterraneo a bordo di un gommone.
La tragedia dell'uomo ha inizio il 28 luglio a Tripoli quando, con altre 77 persone, decide di sfidare il mare alla ricerca di una vita degna di essere vissuta.
La storia agghiacciante non ha bisogno di commenti, parla da sola di sofferenze, di dolore, di speranze tradite, di indefferenza e di inimmaginabile egoismo. "Dopo 6 giorni di viaggio - dice l'uomo - avevamo finito cibo, acqua, benzina, i cellulari erano ormai scarichi. L'imbarcazione si e' trovata in balia del vento e della corrente. Vi sono stati i primi morti e a mano a mano li gettavano in mare. Sono stati 73. Durante il viaggio abbiamo incrociato almeno 10 imbarcazioni, cui e' stato chiesto aiuto, ma invano. Solo nei giorni scorsi, tra lunedi' o martedi', abbiamo incrociato un pescatore che ci ha dato acqua e cibo".
I superstiti del mare e della tragedia sono solo cinque: una donna, due uomini e due minorenni, tutti eritrei.
Rammento, solo per dovere di cronaca, che i cittadini eritrei , per convenzione internazionale, hanno diritto allo status di rifugiati politici.
Mentre è durissima la condanna di Save The Children per "l'indifferenza e l'omissione di soccorso nei confronti dei migranti alla deriva nel Mediterraneo" , gli italiani, ancora degni di tale appellativo, attendono che il Ministro dell'Interno riferisca urgentemente in Parlamento sull'intera vicenda.
Ma un paese ed un popolo, sia pure in ferie e distratto, non può non vedere quanto avviene su quello stesso mare che per tanti è riposo e delizia.
Non è possibile per nessuno girare lo sguardo da un'altra parte e non vedere quei barconi , ritornati colmi di clandestini, così come - dice Avvenire - "durante il nazismo nessuno vedeva i treni pieni di ebrei diretti ai campi di concentramento".
Nessuna politica di controllo dell'immigrazione consente a una comunità internazionale di lasciare una barca carica di naufraghi al suo destino.
La legge eterna del mare ha sempre ordinato , in ogni civiltà, che in mare ogni naufrago o ogni nave alla deriva debba essere per prima cosa soccorsa, poi si vedrà e si giudicherà se sia il caso di concedere il "diritto di asilo, accoglienza o respingimento".
Ma per prima cosa ogni vita va salvata, sia che si voglia seguire la legge del mare, quella di Dio o quella degli uomini.
Quegli uomini morti ritrovati in mare, quel barcone vuoto arrivato sulle coste italiane, stanno invece solo a testimoniare come non esista più nè legge nè solidarietà in questo paese e in questo continente.
Al contrario si sono consegnate tante coscienze al principio del dinteresse, dell'indifferenza , dell'egoismo, degli affari personali, del non fermarsi e del tirare sempre dritti per la propria strada.
Suonano tristi e dense di significato le parole dell'Avvenire , il quotidiano dei vescovi: "Quando, oggi, leggiamo delle deportazioni degli ebrei sotto il nazismo ci chiediamo: certo, le popolazioni non sapevano; ma quei convogli piombati, le voci, le grida, nelle stazioni di transito nessuno li vedeva e sentiva? Allora erano il totalitarismo e il terrore, a far chiudere gli occhi. Oggi no. Una quieta, rassegnata indifferenza, se non anche una infastidita avversione, sul Mediterraneo.
Così è stata violata una legge antica - conclude l'editoriale - che minaccia le nostre stesse radici. Le fondamenta. L'idea di cos'è un uomo, e di quanto infinitamente vale».