lunedì 30 giugno 2008

Amina piange e rivuole il figlio degli stupri.

C'è chi "l'amore" lo fa per gioco o per noia e chi, al contrario, in questo atto sente il dovere di coinvolgere tutti i propri sentimenti e la propria vita.
Amina no, Amina lo ha dovuto fare solo per obbligo, per paura, per una speranza di vita.
Era partita dalla Nigeria per raggiungere Lampedusa.
Ha pagato caro il suo viaggio, dapprima con il poco denaro che era riuscita a raccogliere in tanti anni di sacrifici, lo ha pagato poi con il proprio corpo, che era diventato una specie di passaporto, ma lo ha pagato anche con i suoi sentimenti.
Di tutto questo Amina mantiene tanti ricordi, tristi e dolorosi.
Chi vive la felicità come assenza di dolore, sa per esperienza che non abbonda su questa terra.
Si può desiderare spesso di essere felici, difficile è esserlo veramente.
La felicità non è di questa terra, l'amore , al contrario, è un sentimento tutto umano e terreno.
L'Amore è grande e fa grandi, è spesso forte; lo sorregge e lo anima l'impulso inconscio alla procreazione e alla conservazione della specie, ma non si riduce solo a questo, lo hanno irrobustito e plasmato milioni di anni di storia e di atteggiamenti culturali, si è raffinato, si è reso forte e delicato nel tempo, è riuscito a far gioire, sognare, soffrire, a volte morire, milioni, miliardi di uomini e donne.
E Amina in questo viaggio ha "imparato" anche che cosa sia l'amore, sa che aiuta a dimenticare il dolore, lo sostituisce, ti da forza, volontà e vita.
Amina durante il suo viaggio, prima di poter raggiungere l'Italia, ha avuto un figlio.
Questo figlio non era desiderato, non era voluto, anzi era il figlio del dolore, degli stupri e delle violenze a cui è stata sottoposta da parte di tutti, mercanti di carne e soldataglia di ogni specie, ma questo non le ha impedito di desiderare, volere ed amare questo piccolo.
E qui, finalmente giunta in Italia, purtroppo da sola, avendo dovuto abbandonare il figlio ad una amica in Africa, anche se con la speranza di riaverlo presto con sè, appena dopo essersi dissetata, ai soccorritori già parla di lui.
«È la mia vita» urla a tutti, lo voglio con me.
E lì Amina , sdraiata sul molo, racconta ancora, e ripete all'infinito, questa triste storia, infarcita di sopprusi, dolore e violenze, niente altro in fondo che tutta la sua vita.
Ma Amina racconta anche il suo amore, l'amore totale che lo lega a quella creatura, quel figlio degli stupri, quel bimbo che tante donne avrebbero rifiutato per non dover ricordare, per non dover soffrire ancora e all'infinito, ma che lei al contrario, dice di amare più della sua stessa vita.
Amina si confessa piangendo, Amina è colpevole per la "legge italiana", è una "clandestina".
Come sanno i saggi, le leggi dell'uomo non hanno mai la grandezza dell'assoluto e dell'eterno, sono sempre precarie, fallaci, inadeguate.
Individuano, a volte, colpevoli e reati spesso incomprensibili alla ragione ed al cuore, altre volte puniscono innocenti che non hanno colpe e che, come il figlio di Amina, per ora e forse per sempre, rimarrà in terra d'Africa, diviso dalla madre.
Le leggi non dovrebbero ostacolare l'amore, non dovrebbero imporgli confini.
Invece spesso lo fanno.
Il dolore si sa è eterno, l'amore come si vede lo vogliamo "confinare", a volte "limitare, e anche qui, lo faccio, involontariamente, diventare racconto, piccola storia.
Ma le storie sono tante, quante sono le "Amine" che hanno attraversato il Mediterraneo, il "mare delle speranza", per raggiungere Lampedusa, Malta o la Spagna, poco importa.
Amina, come loro, alza alto il suo doloroso pianto, su quella spiaggia, ripensando a suo figlio.
A me pare di sentirlo il suo lamento, e ho il dubbio che lo risentirò tutte le volte che mi dovesse capitare, in una afosa notte d'estate, di ascoltare in lontananza il muggito cupo del mare.
Lo ascolterò in silenzio, e forse se la fantasia ed il cuore me lo permetteranno, potrò sentire ancora raccontare tante storie come questa, cupe o tristi, al pari di tanti "spirituals" cantati da questi moderni schiavi, tanti pianti, che in lontananza sembrano confondersi con il rumore del vento e del mare.
Non sempre e non tutti riescono a sentirli o a coglierli, ma io credo valga sempre la pena farlo e di ascoltarli, in riverente, pensieroso e sofferente silenzio.

1 commento:

Giovanni Greco ha detto...

Ciao!
Vorrei proporti uno scambio link, se sei d'accordo contattami.

[Re]write di Giovanni Greco
http://www.giovannigreco.eu