mercoledì 23 aprile 2008

Il vero volto delle Olimpiadi Cinesi

Salari bassissimi, condizioni di lavoro disumane ed indegne, rischi enormi per la salute, scarsa o nulla copertura sociale: è questo purtroppo il profilo dello sviluppo cinese.
E' questo il paese con il quale l'Occidente tenta invano di competere.
Qui vive e prospera quello che resta del vecchio comunismo, saldato ed unito con il nuovo, rampante e globalizzato, capitalismo.
Ne è uscito un mostro a due teste, un sistema aberrante che qualcuno ancora si sforza di definire, senza vergognarsene, un' opportunità.
Forse si tratta di opportunità per le varie multinazionali, per la "Puma"come per la "Nike", per "Adidas" e per le tante che qui hanno trasferito buona parte delle loro produzioni; non è per nulla un'opportunità per il popolo e per i lavoratori cinesi ai quali è impedito anche la protesta ed a cui sono preclusi tutti i diritti.
Questi si devono accontentare di "80 dollari al mese, 2 al giorno, per cucire magari palloni da calcio, incollare a ritmo sfrenato suole di scarpe da ginnastica, ricamare t-shirt in condizioni disumane, tutto questo per garantire alle grandi multinazionali di fare profitti miliardari".
Poi a sera devono tornarsene a casa, di solito a notte fonda, e dividere una stanza, tutto compreso, cucina, toilette e doccia, di solito con un decina di persone.
Mentre noi stiamo ancora a discutere se partecipare o meno, in segno di protesta, alla cerimonia di apertura dei giochi olimpici, i lavoratori cinesi non si pongono nemmeno il problema, hanno già deciso.
Sicuramente non saranno in molti ad avere questa opportunità, per un lavoratore cinese non basterebbero quattro mesi di stipendio per potervi partecipare.
Anche queste sono le Olimpiadi cinesi, una faccia ed un aspetto che, in nome della "neutralità" dello sport, si cerca sempre di rimuovere e di dimenticare.
E' questa però la vera immagine del paese che ospita i giochi olimpici, è questo il paese che aveva promesso, quando si decise di assegnargli le Olimpiadi, che avrebbe fatto tutti gli sforzi per allinearsi agli standard internazionali sulla tutela dei diritti umani.
Quelle erano le promesse, i fatti sono sotto gli occhi di tutti, la repressione dei diritti umani avviene non solo nel Tibet ma in ogni angolo del paese.
Purtroppo da allora non sono per nulla cresciuti i diritti, è aumentata solo la prepotenza e l'arroganza del governo cinese oltreché i guadagni delle multinazionali.

3 commenti:

Franca ha detto...

"... per garantire alle grandi multinazionali di fare profitti miliardari".
Di quali paesi sono quelle multinazionali? Sono forse meno colpevoli?

Crsitian ha detto...

Oltre alle menzionate multinazionali, in Cina anche molte realtà italiane producono pressochè il 100% dei loro prodotti...

Fred Duna ha detto...

Il Comitato Olimpico Internazionale ci tiene a precisare che lo
spirito politico e quello olimpico non devono sovrapporsi. La storia
delle Olimpiadi è invece costellata di episodi che ricordiamo con
fulgida memoria proprio perché le Olimpiadi rappresentano l'unica
reale occasione di interscambio planetario dove le ragioni politiche,
di denuncia civile possono raggiungere i quattro angoli della terra.
Nel silenzio totale viene perpetrato un genocidio umanitario, sociale,
culturale e spirituale da parte della Cina nei confronti del Tibet e
nessuno è in grado di fermarlo proprio perché con i cinesi,
diciamocelo chiaramente, non si ragiona. Ricattano il mondo con il
loro potere economico, militare, sociale. In un generale clima di
recessione economica occidentale però quel governo cinese è troppo
importante: inonda il nostro mercato di cianfrusaglie inutili frutto
del lavoro forzato nei Laogai, del lavoro minorile, dello sfruttamento
più bieco. E noi per qualche commessa destinata a grandi
multinazionali che delocalizza il lavoro dall' Occidente, laddove il
lavoro comincia a mancare, siamo stati costretti a salire "sul treno
asiatico" (per fare una citazione prodiana), per far guadagnare chi?
La ragion di stato funziona se il rapporto di convenienza funziona, ma
nel caso di specie abbiamo sacrificato le nostre idee ed anche i
nostri interessi, il nostro lavoro ed anche la nostra salute (vedi
l'indifferenza cinese del Protocollo di Kyoto) nei confronti degli
interessi economici di pochi, in nome del nichilismo materialista
cinese, del suo imperialismo economico stranamente silenzioso e di
quello militare eclatante nei confronti del Tibet.
I Paesi africani boicottarono in nome dell'apartheid, Jimmy Carter
boicottò Mosca '80 in nome dell'invasione sovietica in Afghanistan, le
black panther alzarono il loro pugno nero ricordando la battaglia dei
diritti civili dei neri americani, la vittoria di Jesse Owens a
Berlino viene ricordata come lo smacco nei confronti del razzismo
hitleriano: episodi stampati nella nostra memoria storica, episodi che
sono nella memoria più di tanti trattati o conferenze e forse di
qualche carro armato o cluster bomb.
Eppure viene da pensare che quel mondo era più civile, nonostante
Hitler, nonostante l'apartheid, nonostante l'assassinio di MLK,
nonostante i carri armati sovietici, qualcuno, anche in uno sport che
oggi si vuole asettico, impersonale e anch'esso schiavo delle
multinazionali e del risultato a tutti i costi, aveva il coraggio di
dire di no, di alzarsi in piedi fiero ed orgoglioso.
Qualcuno poteva salire, sportivamente, su un podio, il più alto,
quello della civiltà.
Oggi ogni medaglia consegnata avrà stampata sul retro la faccia della
morte dei nostri valori.
Sull'altra faccia ci sarà la nostra ipocrita ragion di stato, i nostri
miseri mercati, e il faccione di qualche nuovo vescovo cattolico
cinese "tollerato" dal regime.
Aleksandr Isaevic Solzenicyn forse avrebbe detto qualcosa, ma se ne è
andato anche lui: andrò a trovarlo al cimitero del monastero Donskoi
di Mosca, che in epoca sovietica fu anche adibito a colonia
penitenziaria per bambini (!), ma così come era stanco di protestare
anche contro la nuova Russia perché il potere sembrava ignorarlo
nonostante avesse contribuito a dare una spallata al vecchio regime,
così oggi assistiamo all'indifferenza del potere nei confronti dello
scempio cinese e così ci rimane di guardare indietro con nostalgia e
guardare avanti con preoccupazione. Forse ha ragione chi scrive ancora
oggi "Spengler era un ottimista".


Michele (Terni)