giovedì 6 marzo 2008

La morte non serve a nessuno e non ha prezzo.

La morte si può senza dubbio definire l'angoscia del mondo moderno. Mai nei secoli è stata, come nell'era moderna, odiata, temuta, dimenticata, rimossa.
Nei secoli scorsi era accettata come inevitabile, come naturale, come proseguimento della vita.
La morte non è più vissuta come eterna compagna di vita, non è più "utile" a nessuno, non è più "d'esempio", non è più "trascinatrice", la morte è solo morte, la fine di ogni speranza , la fine di ogni volontà, di ogni desiderio, di ogni amore. La morte è il nulla e non serve più a niente ed a nessuno.

"La morte non ha prezzo" scrive Lietta Tornabuoni in un articolo apparso oggi sulla Stampa di Torino a proposito delle numerose morti, sia sul lavoro che a seguito di tragedie di cronaca, ma poi ogni morte è comunque una tragedia. Io ho trovato l'articolo bello, intelligente, smaliziato e profondo. Lo vorrei proporre, come momento di riflessione, ad ognuno di voi.

La morte non ha prezzo e non "serve "

Forse abbiamo idee confuse sul momento decisivo dell’esistenza. Della morte adesso si parla molto, e non soltanto per l’aria cupa che ci grava addosso. Giustamente, i caduti sul lavoro diventano uno dei primi problemi del Paese; i fatti di cronaca moltiplicano le discussioni sulla fine; se qualcuno muore per incidente ci si ostina a pretendere verità e giustizia, come se il caso e le disgrazie non fossero mai esistiti; anche se i possibili sospetti vengono assolti, il dubbio seguita a incombere, come se ogni sciagura dovesse necessariamente avere un colpevole.
Due luoghi comuni sull’argomento sono però davvero inaccettabili. Del ragazzo avvelenato a Molfetta dai fumi di una cisterna, si scrive «è morto per due soldi»: una formula comunemente usata per rapinatori, delinquenti o vittime, «morti per un misero bottino», «uccisa per i pochi soldi della pensione», «massacro per 15 euro». Come a dire: non ne valeva la pena. Perché, se i soldi fossero stati di più sarebbe valsa la pena? Se il bottino fosse stato ricco, poteva essere lecito uccidere per impadronirsene? Il luogo comune sembra sottintendere il criterio che connota le nostre società, ossia che per i soldi si può fare qualsiasi cosa, posto che i soldi siano molti. Naturalmente, ciò che induce a usare la frase fatta è pure la sproporzione tra la gravità dell’ammazzare e la pochezza del vantaggio che se ne ricava, ma il discorso cambia poco.
L’altro prediletto luogo comune consiste nella speranza, a esempio, che i due fratelli bambini di Gravina «non siamo morti invano», che la loro tragedia serva a cancellare il luogo della fine in modo che altri bambini non corrano più rischi simili. Nello stesso modo ci si illude o ci si augura che la morte sulle strade «serva» a suggerire maggiore prudenza, che la morte inflitta in un’esplosione d’ira «serva» a imporre l’autocontrollo, che la morte di un militare «serva» a esaltare il patriottismo, che la morte sul lavoro di un operaio «serva» a migliorare i sistemi di sicurezza.
Ma la morte non «serve» a niente. Non può insegnare nulla a nessuno, non ha prezzo, non è esemplare: cercare di darle una funzione sociale è soltanto consolatorio e magari orribile. La morte non è utile a nessuno: ma meriterebbe lo stesso riguardo e rispetto.

Lietta Tornabuoni

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Bellissimo l'articolo e bello il post.
Purtroppo è vero, la morte è solo la conclusione di un cammino e, per alcuni, l'inizio di un'altro ma oggiggiorno viene sempre più pubblicizzata, quasi a renderla cosa normale, forse un pò particolare.
La scelta (infelice?) di alcuni termini che tu elencavi, quali "speriamo serva a qualcosa", "sarà d'esempio", o altri, molto spesso è solo dovuta alla ricerca di una spiegazione di questo fenomeno, la morte, che un senso non ce l'ha.

Truman ha detto...

Mi sembra sia aria fritta. Quando si riportano i concetti a "niente" e "nessuno" si sta solo facendo apologia del nichilismo.

La morte serve e come. Intanto perchè è l'ovvio completamento della vita. Poi perchè molte volte dalla morte di una persona si può capire il giudizio da dare sulla sua persona. E non mi si dica che queste cose non si fanno. Più o meno tutti considerano Hitler e Stalin cattivi esempi mentre considerano Churchill un grande statista (secondo me a torto in tutti e tre i casi, ma l'esempio resta).

Allora ciò che si può dire è che la morte non è monetizzabile, che non è etico farne commercio. Ma allora il problema non è il valore della morte, ma il fatto che bisognerebbe criticare la società odierna che fa commercio di tutto. Molto più semplice buttarla in caciara e dire che la morte non serve a nessuno.

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